Magma sotto l'Appennino

Terremoti, il ruolo del magma sotto l’Appennino

Magma sotto l’Appennino: intervista ad Alessandro Amato, sismologo dell’INGV di Roma.

Nei giorni scorsi si è parlato molto dell’Appennino meridionale, tra la Campania e il Molise, per via di uno studio realizzato da otto ricercatori dell’INGV di Roma, Bologna, Napoli e dell’Università di Perugia.

Pubblicato il 3 gennaio scorso su Science Advances, lo studio lega lo strano sciame sismico iniziato con la scossa del 29 dicembre 2013 – di magnitudo 4.9 e che è durata 50 giorni – con altri 350 terremoti di intensità minore, con la risalita di magma tra 15 e 25 chilometri di profondità.

Per avere ulteriori delucidazioni in merito abbiamo intervistato il geologo e sismologo dell’INGV di Roma, Alessandro Amato.

Dott. Amato, il Magma sotto l’Appennino meridionale può aver avuto o potrà avere in futuro conseguenze sui movimenti tellurici nelle Marche?

“In passato sicuramente no, gli ultimi terremoti nelle Marche sono dovuti a fenomeni geologici noti legati a movimenti del nostro territorio e non hanno direttamente a che fare con fenomeni magmatici.

Per quanto riguarda il futuro, se parliamo di qualche secolo escluderei che si possano manifestare manifestazioni vulcaniche nelle Marche, poi è chiaro che il futuro geologico è un’incognita ma nell’immediato possiamo escluderlo.

I terremoti tuttavia continueranno a esserci in tutta la regione italiana a causa dell’attività geologica che sottopone il nostro territorio a tensioni continue”.

 

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Il magma sotto l’Appennino è presente in tutto il sottosuolo italiano o solo in certe aree?

“Sul territorio italiano è presente del magma caldo soprattutto al di sotto delle zone dove sorgono i vulcani attivi, quindi in Campania, nelle Isole Eolie, sotto l’Etna. Ci sono poi i cosiddetti vulcani quiescenti, ossia temporaneamente inattivi, principalmente nel settore tirrenico della penisola (Toscana, Lazio, Campania, Monte Amiata, Roccamonfina…) e le aree dove il magma è presente in profondità ma non è arrivato a creare un vulcano in superficie, come nelle aree geotermiche di Larderello. Anche sotto l’Appennino ci sono probabilmente delle zone in cui il magma ristagna o sta risalendo.

Trattandosi di fenomeni profondi, non abbiamo evidenze dirette di questa presenza ma la possiamo ipotizzare solo attraverso studi indiretti, analizzando la sismicità, il flusso di calore e i gas che si rilevano in superficie.

Questo è quello che hanno fatto i miei colleghi quando hanno studiato la sequenza sismica del Matese: mettendo insieme dati di varia natura hanno ipotizzato che questa sismicità fosse legata a una risalita di un magma in un’intrusione che probabilmente era già presente”.

Magma sotto l'Appennino
Magma

Perché nell’area del terremoto del 29 dicembre 2013 il magma è risalito tra 15 e 25 km di profondità?

“È molto difficile rispondere sulle cause che possono determinare un movimento di magma verso la superficie; in generale si può dire che le risalite di magma dal mantello nella crosta sono legate a qualche discontinuità che permette questi movimenti.

Qualcuno ha ipotizzato che la genesi del vulcano Vulture, per esempio, nato oltre 700.000 anni fa nell’Appennino Meridionale e attivo per più di mezzo milione di anni, sia legata a una risalita in superficie del magma dal mantello fino alla superficie attraverso un taglio litosferico profondo”.

La terra sotto l’Appennino Centrale continua a muoversi? Nel breve periodo si possono prevedere eventi sismici importanti?

“Dai dati del satellite possiamo vedere che nel Centro Italia la Placca Adriatica (una micro-zolla tettonica) ha un movimento di rotazione che comporta uno stiramento e un’estensione della Penisola e dell’Appennino. Queste zone si muovono di alcuni millimetri per anno, e questo processo, nei secoli, porta ad un graduale accumulo di energia sulle faglie dell’Appennino.

È questo accumulo di energia il motore che va poi a generare i terremoti. Nei prossimi 50 anni – conclude Amato – certamente ci saranno altri terremoti importanti nelle aree lungo la dorsale appenninica, ma ovviamente è molto difficile stabilire quando e dove avverranno”.

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Antonino Neri

Antonino Neri

Romano, classe '84, giornalista pubblicista. Appassionato patologicamente di calcio e tecnologia, cerco di ampliare il mio bagaglio. Anche quello culturale. Amo il cinema, la musica dal vivo e, ovviamente, viaggiare. Un caporedattore anni fa mi disse "bisogna lavorare presto e bene": nel tentativo di seguire ogni giorno il suo prezioso insegnamento, cerco di godermi al meglio ogni attimo...

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