fiction scomparsa

Disappearance San Benedetto

Lunedì scorso, di prima mattina, Nicolino suona alla mia porta. Preoccupato vado ad aprire perché oltre che suonare mi chiamava pure a voce altissima.

Nicolino ma che c’è? Gli dico. Stasera devi venire a cena da noi. Perché? gli chiedo. In televisione, su RaiUno, mica una rete qualsiasi, danno la prima puntata di “Scomparsa”, la fiction che hanno girato a San Benedetto.

A Nicolino non posso dire di no, anche se il lunedì, dopo un shakered milk, mi metto a letto e leggo Philip Roth. Arriva la sera e alle nove precise suono alla porta di Nicolino. È già tutto apparecchiato e, per non perdere neppure un secondo della fiction, sulla tavola ci sono già gli antipasti, il primo, il secondo, il contorno, la frutta, il dessert e perfino il caffè nel thermos (che esagerazione!).

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Giuseppe Zeno.

La moglie di Nicolino, ottima cuoca ma great chatterbox, grande chiacchierona, ha convocato tutta la famiglia, sembra il cenone di Natale. Finalmente la fiction inizia. Drone su San Benedetto e un “oh” di esclamazione come a dire “Quant’è bella”.

Ora, una fiction che si rispetti, lo dice la parola stessa, deve essere un’opera di finzione, un parto della creatività di sceneggiatori e registi e la bravura degli interpreti. Comincio ad avere qualche sospetto che questa “Scomparsa” non sia propriamente così, quando chiamano San Benedetto, San Benedetto, l’Hotel Progresso, Hotel Progresso, la Medusa, Medusa. Tutto chiaro, tutto reale, tutto esistente.

Indubbiamente le riprese le hanno fatte con un certo gusto ma la storia, che poi è alla base della fiction, stenta a decollare, la sceneggiatura ha salti innaturali e sembra quasi di far parte di una vecchia città-territorio, come si chiamavano una volta le città vicine fra loro (Monteprandone, Cupra, Grottammare).

A San Benedetto, poi, il problema della droga c’è ed è inutile negarlo, quello di una microcriminalità nascosta pure, di personaggi dallo spessore non proprio cristallino idem però, a un certo punto, uno dei ragazzi protagonisti della storia (a proposito, tutti con un forte accento romano), dice testualmente riferendosi a San Benedetto, “città di merda”. E qui, Nicolino inizia ad agitarsi sulla sedia seguito a ruota dalla moglie. Dopo circa un quarto d’ora durante il quale ho cercato di capire qualcosa della vicenda, ecco il secondo “città di merda”.

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Vanessa Incontrada.

A questo punto, come mi aspettavo, Nicolino ha un sussulto nervoso, un nervous thrill, come diremmo noi, seguito dalla rumorosa caduta della forchetta, del cucchiaio e del coltello. Dai Nicolino, cerco di consolarlo, sono ragazzi. Ragazzi un paio di… risponde arrabbiato lui. Quando arriva il terzo, inaspettato “città di merda”, Nicolino non ne può più e si lascia andare a una serie impressionante di parolacce che non gli ho mai sentito dire, per ricchezza e densità, un vero e proprio florilegio creativo.

La fiction non gli è piaciuta, praticamente non è piaciuta a nessuno dei presenti. L’unica consolazione è venuta dal caffè del marinaio che Nicolino in persona aveva preparato prima della cena. A proposito, mi sono ripromesso di andare alla ricerca dello scow dei tossici, del kebabbaro descritto nella semi-fiction e del sarto di Vanessa Incontrada che, ingrassata com’è, deve averne trovato uno davvero bravo.

Autore

Arcibaldo Wilson

Arcibaldo Wilson

Arcibaldo Wilson, classe 1939, attualmente pensionato, ha lavorato come maggiordomo presso Andrew Cavendish, XI Duca di Devonshire del quale è stato estensore delle memorie. Innamorato dell'Italia, e in particolar modo del brodetto di San Benedetto del Tronto, vive ormai stabilmente in Riviera da oltre un decennio. Ogni mattina legge il Times (versione web).

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